Recenti scoperte scientifiche, pare che abbiano accertato l'esistenza del ormai noto dodicesimo pianeta chiamato Nibiru.
Sulla scia di questa scoperta si sono moltiplicate come in una epidemia diverse predizioni catastrofiche sulla fine del mondo basate sulle profezie dei Maya legate all'imminente data del 21 dicembre 2012.
Sarà interessante per molti scoprire che un noto studioso della civiltà sumera, Zecharia Sitchin, parlava già nel 1979 di questi interessanti argomenti.
Con il titolo originale “The 12thplanet”, usciva infatti in questa lontana data, il saggio di Sitchin.
Prendendo spunto dalle sacre scritture di cui è profondo conoscitore, Sitchin ricostruisce la teoria del dodicesimo pianeta e la sua relazione con la nascita e l'evoluzione della vita sulla terra.
Accompagna la sua rivoluzionaria teoria con numerosi riscontri contenuti non solo nei testi antichi, ma anche in pitture e suppellettili chiamando in causa anche le leggi della fisica.
Un saggio molto interessante, a tratti sconvolgente, che vent'anni fa veniva accolto dal pubblico come un testo di pura invenzione fantascientifica, e oggi, alla luce delle nuove scoperte aerospaziali, verrà forse rivalutato.
Un libro consigliato a tutti quelli che vogliono curiosare oltre lo strato superficiale delle cose e che tengono la mente aperta a tutte le voci, anche quelle fuori dal coro.
Se qualcuno tra voi ancora non conosce John Fante, è giunta l'ora di correre ai ripari. Non esiste miglior modo per avvicinarsi a questo autore italo-americano, di origini abruzzesi, se non tramite il suo straordinario romanzo di esordio: Aspetta primavera, Bandini. Magistralmente tradotto da Elio Vittorini, Aspetta primavera, Bandini racconta la storia di una famiglia di immigrati italiani in Colorado. Le vicende si svolgono in luoghi e climi che hanno qualcosa di familiare per Svevo Bandini, muratore, costretto all'immobilità dal rigido inverno, visto che molto di quel paesaggio gli richiama alla memoria l'infanzia trascorsa tra i monti dell'Abruzzo. Svevo vive con pesante disagio la sua condizione indigente, rifugiandosi nell'alcool e nel gioco d'azzardo fino a intrecciare una relazione con una ricca vedova del luogo. Una situazione che possiamo guardare anche attraverso gli occhi del figlio quattordicenne di Svevo, Arturo, alter ego di John Fante, le cui peripezie corrono parallele a quelle del padre a cui è legato al doppio filo dell'amore filiale e dell'odio per il profondo dolore provocato alla madre. Quella di Fante è una scrittura asciutta e diretta che dà quasi la sensazione di ascoltare il racconto di un vecchio amico, seduti ad un tavolo, di fronte ad un bicchiere di vino. Regala uno spaccato di vita vera in cui l'italianità è resa ancora più vivida proprio per la sua estrapolazione dall'Italia. Il romanzo è una storia cruda e delicata, di povertà, dove i due punti di vista, del padre e del figlio si alternano con abile maestria. La storia, in cui padre e figlio aspettano la primavera con la speranza di lasciarsi alle spalle le difficoltà, è a tratti tragica e a tratti divertente sempre raccontata dalla penna leggera e scanzonata di John Fante. Un libro a cui vi affezionerete così come vi affezionerete ai colorati personaggi raccontati e che vi lascerà la voglia di leggere anche gli altri romanzi e racconti di questo straordinario autore che ha dato lustro e notorietà all'Abruzzo ed ha tanto in comune con noi.
Il protagonista di questo romanzo, Kees Popinga, è un uomo comune con una vita piuttosto monotona sempre ligia all'etichetta e recintata dalle regole della società borghese. A causa di un evento tanto imprevisto quanto imprevedibile, il tranquillo impiegato, si ritrova, suo malgrado, a diventare un assassino e a dover scappare, trovando rifugio a Parigi dove è costretto, per sfuggire alla polizia, a nascondersi in luoghi ed ambienti a lui, fino a quel momento, completamente estranei. Popinga coglie l'occasione per rompere le catene con la vita grigia e piatta che ha sempre condotto ingaggiando una vera e propria partita a scacchi con le forze dell'ordine, pur non essendo un genio del male ma un semplice uomo medio che però sfrutta il momento per uscire, finalmente, dall'anonimato. Questo libro, uscito nel 1938, in breve tempo, è diventato un classico, il capostipite dei romanzi giallo-psicologici, tanto in voga negli ultimi anni. Si incentra sull'aspetto psicologico dell'assassino piuttosto che sulle indagini della polizia dando al lettore un diverso punto di osservazione dei fatti. Simenon, da profondo conoscitore del genere umano qual era, ci racconta come un uomo comune, il nostro vicino di casa, il nostro collega, soffocato dagli automatismi e dalla monotonia di una vita piatta e vuota, può facilmente essere risucchiato dalla follia e trasformarsi in un omicida. Questo romanzo è una vera perla ed è riduttivo definirlo semplicemente un giallo. Simenon ha scritto pagine indimenticabili con una scrittura scorrevole e mai banale. Un libro da leggere tutto d'un fiato che va ben al di là dei fatti descritti, e fa intravedere come chiunque di noi potrebbe trasformarsi in un Kees Popinga.
Virginia Woolf scrisse questo saggio nel 1929 riprendendo e ampliando l'argomento trattato nel corso di due conferenze, tenute l'anno prima, in due università femminili.
Si tratta di un breve saggio che ha la forma e la scorrevolezza di un racconto dove la scrittrice affronta il tema dell'evoluzione della figura femminile, soprattutto a livello culturale, nella storia. Evidenzia come la donna sia sempre stata tenuta ai margini della società attiva e come le sia sempre stata negata “una stanza tutta per sé”. Una stanza intesa non solo come luogo della casa dove potersi ritirare a scrivere, riflettere e studiare, ma, anche, intesa come metafora per indicare una rendita, suggerita dall'autrice in cinquecento sterline annue, per affrancarsi dalla dipendenza nei confronti della famiglia fosse essa quella di origine o quella acquisita con il matrimonio. Una condizione che avrebbe potuto quindi permettere alla donna di acquistare la “libertà intellettuale nel cui seno nascono le grandi opere”. Questo della Woolf è un saggio di protesta contro la posizione subordinata delle donne che, proprio in quegli anni, come fa notare l'autrice stessa, cominciava lentamente a cambiare. Per Virginia Woolf si può arrivare alla vera arte solo se ci si riesce a liberare degli impedimenti che la vita porta con sé. Una condizione pressoché impossibile da ottenere per le donne, costrette ad assumere obblighi e mansioni meramente pratiche e materiali. Per secoli, infatti, unica prerogativa femminile è stata quella di essere figlia, moglie e madre essendole perciò preclusa quella libertà di pensiero imprescindibile per dedicarsi ad un lavoro intellettuale. Non mancano nel libro, inoltre, osservazioni, velate di ironia e della vena poetica che contraddistingue l'autrice, sulle differenze tra il genere femminile e quello maschile. Un trattato sulla donna nella letteratura ma che lascia intravedere molto della personalità, densa di sfaccettature, di una grande scrittrice. Un breve ma intenso saggio scritto da una donna per le donne ma che possiede tutti gli elementi per conquistare anche l'interesse degli uomini.
Questo splendido romanzo della Agnello Hornby racconta lo splendore e la caduta di una famiglia aristocratica siciliana di fine ottocento.
Le vicende hanno inizio con la nascita di Costanza figlia dei baroni Safamita.
L'aspetto insolito della bambina e il rifiuto netto della madre, lasciano intendere, fin da subito, una sua possibile illegittimità.
Un dubbio che si insinua prepotentemente nella mente del lettore e aleggia per tutto il romanzo che testimonia le vicissitudini di Costanza, la sua presa di potere e il suo rapporto strettissimo con il padre.
Verrà, infatti, investita da lui del compito di essere l'unica depositaria del nome dei Safamita e la nominerà unica erede del patrimonio del casato a scapito dei due fratelli che deludono il genitore con il loro comportamento dissoluto e privo di “spina dorsale”.
Il ritmo del romanzo si fa più serrato nella seconda parte dove, nel dipanarsi dei grandi segreti di famiglia, si susseguono avvenimenti, rivelazioni, tradimenti e amori illeciti finanche alla scabrosa ombra dell'incesto.
Un grande romanzo famigliare che incanta e incatena alle pagine fino all'inaspettato finale che coglierà di sorpresa il lettore che non avrà, nel frattempo, potuto fare a meno di affezionarsi a questa donna forte, controcorrente e anticipatrice dei tempi.
Nel 1948, quando ancora non si erano spenti gli echi della seconda guerra mondiale, George Orwell scriveva questo visionario e profetico romanzo ambientato in un prossimo futuro.
In 1984 la terra è suddivisa in tre grandi nazioni: l'oceania, l'eurasia e l'estasia perennemente in guerra tra di loro.
Il protagonista, Winston Smith, è un membro subalterno del partito al potere il “grande fratello”, incaricato di aggiornare i libri e gli articoli di giornale in modo da adeguarli alle previsioni fatte dal governo.
Altro importante compito di Winston è quello di modificare la storia scritta per alimentare la fama d'infallibilità del Partito.
Il grande fratello controlla la popolazione con ogni mezzo compresi dei teleschermi che, installati ovunque, mandano ininterrottamente in onda le immagini di propaganda e allo stesso tempo spiano i cittadini in ogni momento ed in ogni dove.
Alla minima situazione sospetta, prontamente, interviene la psicopolizia facendo sparire le persone e cancellando ogni traccia della loro esistenza.
In questo importante romanzo la dittatura viene interpretata come assenza di libertà per tutti, compresi i più alti funzionari di partito.
Orwell è riuscito a rendere avvincente un trattato politico, creando un mondo verosimile in cui l'uomo non è solo vittima, ma anche un ingranaggio della dittatura stessa.
E' un romanzo estremamente inquietante soprattutto perché identifica ed estremizza alcuni aspetti del potere che possono essere riscontrati non soltanto nella dittatura stalinista a cui si ispirò, ma anche nella nostra democrazia.
Non ci risultano estranee, infatti, le relazioni tra potere politico e mezzi d'informazione sempre più asserviti e non ultima arriva, inoltre, la notizia della cancellazione, dai testi scolastici, di tutta la parte riguardante la Resistenza e i partigiani che hanno fatto la storia del nostro paese.
1984 è uno di quei romanzi che, con la loro forza, lucidità e lungimiranza, attraversano gli anni e talvolta i secoli rimanendo sempre attuali ed efficaci nel far arrivare il proprio messaggio.
Un romanzo che non può essere non letto, soprattutto per il fatto che ci prospetta un futuro se non proprio reale, quantomeno verosimile in maniera angosciante.
Da Wikipedia: Nel 1984 la Virgin Films chiese alla band una colonna sonora per il film Orwell 1984, realizzato da Michael Radford, tratto dal libro di George Orwell. Radford affermò di non gradire che la musica gli venisse "imposta" e rifiutò la colonna sonora degli Eurythmics, rimpiazzandola con un tappeto orchestrale molto più convenzionale (con l'eccezione della canzone Julia usata per i titoli di coda). La Virgin fece uscire il lavoro del duo come album col titolo 1984 (for the love of Big Brother) da cui fu estratto il singolo Sexcrime (1984).
Quello di Hitchens, già autore di altre opere fuori dal coro come Processo a Kissinger, è un duro atto d'accusa contro la religione in tutte le sue espressioni. In questo libro l'autore non racconta solo le motivazioni personali che lo hanno portato al rifiuto di tutte le forme del credo ma, spiega anche, come la religione avveleni ogni cosa e come sia alla base e la causa di molti degli scempi accorsi nella storia dell'umanità. A sostegno delle sue idee porta e ricorda le opere dei grandi filosofi e letterati come Spinoza, John Stuart Mill, Freud, Dostoevskij, anche se si può tranquillamente affermare che il suo pensiero si basa quasi essenzialmente sulla logica. Nella sua opera, Hitchens, si sposta dall'analisi dei testi fondamentali delle grandi religioni, ad una profonda e lucida riflessione sulla politica attuale e sullo scontro di civiltà in atto da secoli. Si scaglia contro i mali della fede quali l'oscurantismo, la superstizione, l'odio razziale, l'ignoranza, l'assoggettamento e l'accettazione incondizionata a dogmi religiosi costruiti ad arte, nel corso degli anni, dalle varie confessioni religiose, nel cui nome, l'uomo si abbandona alle peggiori nefandezze. Rivolge un accorato invito alla società affinché ci sia un ritorno alle idee dell'illuminismo e alla ragione. Questa è un'opera che, certo, non lascia il lettore indifferente anzi, lo costringe a pensare, analizzare, schierarsi e a rivedere, scuotendoli dal profondo, le basi della propria fede laddove sia presente. Un grande saggio che, nonostante la serietà del tema trattato, non rinuncia all'ironia tipica dell'autore. Un libro da leggere, rileggere, sottolineare, assimilare e che merita un posto d'onore nella propria libreria da dove verrà ripreso sicuramente più volte. Un libro che, personalmente, mi sento di consigliare a chi, magari, nelle sue pagine troverà la conferme delle proprie idee ma, anche e soprattutto, a chi ancora non ha mai messo in discussione la propria fede.
La parete è un romanzo sotto forma di diario, dalla trama quasi inesistente che si sviluppa interamente nelle prime pagine.
Protagonista è una donna comune di mezza età che, invitata dal cognato e la sorella in uno chalet di montagna, rimane inspiegabilmente separata dal resto del mondo da una misteriosa parete di cristallo.
Costretta dalla situazione, la donna deve trovare in se stessa le risorse e le energie necessarie per sopravvivere in quello scenario apocalittico, con il solo ausilio di alcuni animali che, con il tempo, diventano la sua unica famiglia.
E' proprio il rapporto con questi ultimi e l'impegno che deve mettere nell'accudirli, a tenerla ancorata alla realtà impedendole di scivolare lungo la china della follia.
Una insolita Robinson Crusoe la protagonista di questo, a sua volta, singolarissimo romanzo-diario.
Un racconto sulla solitudine insita in ognuno di noi dalla nascita, ma anche una metafora dell'esistenza stessa.
Questo di Marlen Haushofer, che nonostante sia stata vincitrice del premio Schnitzler è rimasta sempre ai margini degli ambienti letterari e rimane ancora oggi una autrice pressoché sconosciuta, è un libro a tratti quasi angosciante ma, una volta iniziato, non si riesce a sospenderne la lettura.
Non si riesce ad abbandonare questa donna nella sua disavventura, costretta a lottare per restare in vita; lottare contro i pericoli della natura a cui impara faticosamente ad adeguarsi; lottare contro il suo desiderio di una morte liberatoria.
Un libro sull'umanità moderna, abituata alle comodità e ai ritmi innaturali di una società sempre più lontana dalla vera essenza della vita, abbacinata dalla miriade di luci artificiali.
Un romanzo da leggere e rileggere per chi non ha paura di affrontare le proprie ancestrali paure e di ammettere i propri limiti.
Eroina di questo indimenticabile romanzo, pare ispirato a Dumas da una storia realmente accaduta, è Margherita Gautier.
Giovane, dalla ammaliante sensuale bellezza, cortigiana della Parigi del IX secolo.
Margherita è una donna disillusa che conosce solo l'amore meramente carnale dei suoi tanti ricchi amanti, finché non incontra Armando Duval.
Duval appartiene ad una delle famiglie più ricche ma anche più legate ai valori morali mirati a preservare il buon nome del casato.
I due si innamorano nonostante le loro abissali differenze e l'insormontabile distanza etica e sociale.
Margherita, per la prima volta, si abbandona ai sentimenti sebbene si lasci allettare dai continui richiami dei trascorsi di mondana smodatezza così da rendere la relazione altalenante fra momenti di idilliaca passione e momenti in cui il passato torna prepotentemente alla ribalta.
L'amore dei due giovani viene, però, a poco a poco, soffocato dagli ingenti debiti di Margherita, la sua salute minata da una grave malattia trascurata e le insistenze del padre dell'amato.
Margherita in un ultimo estremo dono d'amore abbandona Armando per allontanarlo da una situazione che si fa via via più dolorosa.
Incapace di comprendere il sacrificio della ragazza, Duval si dispera, la ama, la odia, la cerca, la rifiuta, si vendica, mentre Margherita, incapace di riprendere la vita di prima, velocemente, viene consumata dal dolore e dalla malattia fino alla prematura morte.
Un intenso romanzo capace di ispirare la famosa Traviata a Giuseppe Verdi, e a noi, comuni mortali, di suscitare gioia, rabbia, dolore simpatizzando con i sfortunati protagonisti.
Un classico che non può certo mancare in nessuna casa dove si ami la letteratura.
Dopo tre romanzi, la giornalista e scrittrice Rosa Matteucci, in questo piccolo saggio, ci accompagna in un viaggio full immersion in India.
Partendo dall' ashram Amma, dove incontra, confusa tra migliaia di adepti, una famosa mistica, tocca le maggiori regioni dell'India.
Si ritrova, suo malgrado, frastornata, tra una folla di pellegrini penitenti, flagellanti indù, zingari, lebbrosi e maialini dai discutibili gusti alimentari.
Un viaggio anomalo, bizzarro, spesso divertente ma mai scontato, fuori dai soliti itinerari turistici.
Un reportage-racconto che ci regala una fotografia insolita e a tratti impietosa del misterioso continente indiano.
Una nazione che, pur con le sue notevoli contraddizioni, non smette di affascinare gli occidentali.
Un libro che si legge tutto d'un fiato.
Per chi non ha paura di deviare dalle solite strade già battute e per chi sogna l'India e ne continua a subire il secolare fascino.
“Il sole di luglio allagava l'atrio. Attirato dalle grandi finestre, dardeggiava impietoso il pavimento di mattoni, i muri a calce, le pale e ne cuoceva le croste. I santi, abbacinati, sospiravano alla Vergine, che grondava sudore sotto il pesante mantello turchino, mentre sulle sue ginocchia, nudo, il Bambinello si abbronzava.”
Con questa suggestiva descrizione si apre L'avvocata delle vertigini, opera prima con cui Piero Meldini ha meritato il Premio Bagutta 1994.
Un superbo noir che narra le vicende accorse ad un anziano e timido agiografo Vincenzo Dominici.
Il remissivo studioso, nella accurata ricerca di fonti per la biografia della Beata Isabetta, soccorritrice dei sofferenti di vertigini, incappa in un testo cifrato cinquecentesco.
Decodificando il testo, si rende presto conto che esso è, in realtà, un vaticinio apocalittico.
L'avverarsi delle predizioni che vi sono contenute, getta nel più totale subbuglio l'ordinata e metodica vita dell'agiografo, scuotendone le fondamenta e facendo affiorare manie e ossessioni sopite per una intera esistenza.
La scrittura densa e soave di questo romanzo è un vero e proprio godimento per gli occhi e l'intelletto.
Si ha il desiderio di sottolineare e rileggere ognuna delle frasi che si susseguono dando vita ai personaggi, ricchi di sfumature e sfaccettature, tanto magnificamente raccontati.
Meldini riesce a fermare su carta particolari ed emozioni, la cui esposizione a molti altri risulta astrusa, instillando la voglia di leggerne le altre opere.
Arrivati all'ultima pagina, non si può evitare di rammaricarsi per esservi giunti troppo rapidamente.
Uno straordinario romanzo da leggere e rileggere per chi, in un libro, ricerca la sostanza raccontata in bella forma.
“Al paradiso delle signore” è il nome del grande magazzino di Octave Mouret.
Precursore dei centri commerciali tanto diffusi oggi, vede sfilare tra i suoi variopinti scaffali la Parigi bene della seconda metà dell'ottocento.
Mouret mette in atto tutta una serie di trucchi e astuzie, tanto sconosciuti ed innovativi allora, quanto noti ma ugualmente efficaci oggi.
Adotta strategie di marketing talmente attuali, che, più volte durante la lettura, si sente il bisogno di sincerarsi dell'effettivo anno di pubblicazione.
Ed è qui che si snodano le vicende personali di Dionisia, una giovane ed ingenua ragazza di provincia approdata a Parigi in seguito alla morte dei genitori.
Accolta dagli zii nella capitale, assiste alla loro bancarotta, incapaci di reggere la concorrenza di Mouret.
Contribuisce indirettamente al loro fallimento, andando a lavorare proprio nel grande magazzino che fagocita, impietosamente, vecchie case, vecchie botteghe e i loro vecchi proprietari legati ad una obsoleta idea del commercio.
La ragazza si lascia stregare dall'irresistibile fascino di questa Parigi fin-de-siècle, rimanendone, però, relegata sempre ai margini.
Quasi invisibile, viene evitata ed umiliata costantemente da tutta quella borghesia che la considera meno di una serva.
Dionisia attraversa tutto il romanzo fino al suo riscatto personale, riuscendo indenne dalle mille tentazioni ed insidie solo grazie alla sua integrità morale.
Un grande romanzo in cui Zola, con il suo sguardo lucido, acuto e lungimirante, esplora l'universo femminile e un quadro sociale che, pur essendo lontano di più di un secolo, risulta di una sorprendente attualità.
Un affascinante e suggestivo ritratto al nero di seppia che avvince, conquista e sorprende il lettore ad ogni pagina.
"La verità ci rende liberi” (Gv 8,32)... la menzogna, credenti.
Così, lo storico Pepe Rodriguez, apre questo libro frutto di ventidue anni di studio critico delle Sacre Scritture e di testi storici attinenti.
Un saggio che, nonostante la complessità del tema trattato, ha una scrittura estremamente semplice e diretta, accessibile a tutti.
Siamo portati a pensare di sapere tutto o quasi sulla Chiesa e i suoi dogmi religiosi avendo grande familiarità con il cattolicesimo.
Ma quanto ne sappiamo veramente?
Rodriguez ci prende per mano e ci guida in una rilettura della Bibbia, sottolineando le innumerevoli contraddizioni che vi sono contenute e che sfuggono ad una prima, superficiale visione.
Punta un riflettore sulle manipolazioni perpetuate nell'arco di millenni ai testi originali, gettando una nuova luce sui fatti che compongono la nostra tradizione religiosa, evidenziando come, buona parte della storiografia cattolica, sia, semplicemente, falsa.
Un libro che non può mancare nella biblioteca di chi, credente o no, non si è stancato di porsi delle domande.
Invita il lettore a non sorbire passivamente tutto ciò che gli viene propinato da generazioni, esortandolo, invece, ad acuire un maggior senso critico a cui, la nostra intelligenza e la nostra coscienza civile, non si possono sottrarre.
La quotidianitá di un gruppo di ottantenni della buona borghesia londinese, viene sconvolta da una serie di telefonate anonime.
Ad ognuno di essi, un misterioso persecutore dice solo una frase: "ricordati che devi morire".
Un seducente romanzo dove il giallo é piuttosto un pretesto per fare una fotografia a questa eterogenea generazione di vegliardi che stupiscono, ad ogni pagina, con le loro sconcertanti fissazioni e i loro imbarazzanti segreti.