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giovedì 14 ottobre 2010

LA STORIA DI ROSETO E DELLA RISERVA NATURALE BORSACCHIO (Capitolo 6)

(Ricevo da Franco Sbrolla e rendo noto)
Capitolo 6: Il villaggio turistico Maresca e le 4 leggi approvate dalla Regione Abruzzo

Nel 1974 il gruppo Maresca di Montesilvano presentava alla Regione Abruzzo il primo piano attuativo di insediamento alberghiero nella proprietà terriera posta al confine nord del parco a mare Mazzarosa, a cui fecero seguito diversi progetti edilizi che aprirono un contenzioso con l’Amministrazione comunale di Roseto, la quale eccepiva una diversa caratterizzazione tipologica e funzionale.
Il 5 marzo 1996, la società Bluserena, brand del gruppo Maresca, presentava un nuovo piano di lottizzazione che, dopo lunghe vicissitudini, concludeva il suo iter il 15 aprile 2003, quando il Consiglio comunale decise, attraverso varie motivazioni, di non procedere all’adozione del PdL.
In data 16 luglio 2003, la stessa società Bluserena ripresentava un nuovo Piano di Lottizzazione Convenzionata e, dopo aver diffidato il Comune, chiedeva alla Provincia di Teramo, il 9 novembre 2004, di dar corso all’intervento del Commissario ad Acta in sostituzione dell’Amministrazione comunale.
Contemporaneamente, la società si rivolgeva al TAR dell’Aquila denunciando l’illegittimità dell’inerzia del Comune sull’istanza di lottizzazione e chiedendo un risarcimento di 10 milioni di euro. Il ricorso veniva respinto con sentenza del 12 gennaio 2005.
Successivamente, il ricorso in appello della Bluserena veniva respinto dal Consiglio di Stato con sentenza del 30 gennaio 2007.
Intanto, il 7 luglio 2004, il capogruppo regionale di Rifondazione Comunista, Angelo Orlando, aveva presentato un progetto di legge per “l’Istituzione della Riserva naturale Borsacchio” (accompagnato da una esaustiva Relazione e dalla cartografia in scala 1:25000), che veniva firmato da 17 consiglieri promotori bipartisan, tra cui il rosetano Tommaso Ginoble esponente della Margherita.
Conseguentemente, in data 8 febbraio 2005, veniva approvata all’unanimità la legge regionale n. 6 art. 69, che istituiva la “Riserva naturale regionale guidata Borsacchio”, con la quale si intendeva chiudere definitivamente la controversia con il gruppo Maresca.

Ciononostante, il Commissario ad Acta arch. Giuliano Di Flavio, nominato dal Presidente della Provincia di Teramo, deliberava, il 16 febbraio 2006, di adottare il Piano di Lottizzazione Convenzionata della società Bluserena “ritenendo ammissibile l’intervento in oggetto sebbene risulti istituita la Riserva naturale Borsacchio, in quanto la stessa legge permette la realizzazione di strutture ricettive al punto r) comma 19”.
Subordinava comunque l’approvazione del PdL alla definizione delle procedure urbanistiche relative all’ammissibilità dell’accesso carrabile, alla verifica della precedente delimitazione del pubblico demanio in contraddittorio con la Capitaneria di Porto, all’accertamento della quantità urbanistica da cedere all’Amministrazione comunale ed all’ottenimento di eventuali permessi, nulla osta ed autorizzazioni.

A Roseto invece, in data 21 marzo 2006, si riunivano i capigruppo dei partiti di centrosinistra (Ds, Sdi, Comunisti italiani, Indipendenti per Roseto e Verdi) che, per suggellare l’alleanza, firmavano un documento in cui veniva inserito che “entro l’area della Riserva non potrà esserci incremento dei volumi già esistenti”. In una successiva riunione il medesimo documento veniva firmato anche dai responsabili della Margherita e della lista Udeur-Italia dei Valori.
L’unanime volontà dei partiti dell’Unione era poi riportata nel Manifesto elettorale , nel quale si legge: “la Riserva naturale guidata Borsacchio, che sarà realizzata secondo linee enunciate dalla Legge regionale, con un piano di assetto naturalistico ispirato al principio che entro l’area della riserva non potranno esserci eventualmente nuovi insediamenti che prevedano incrementi dei volumi già esistenti, fatto salvo quanto necessario per il recupero e la riqualificazione delle attuali strutture, con criteri di progettualità originali e capaci di costituire valida alternativa a modelli già superati, con espresso diniego alla realizzazione di nuovi villaggi turistici”.
Con lo scopo di evitare qualsiasi difformità interpretativa, veniva intanto approvata la Legge Regionale 3 maggio 2006 n. 11 che, oltre a sostituire la denominazione Riserva Borsacchio nel Comune di Roseto degli Abruzzi, con Riserva Borsacchio nei Comuni di Roseto degli Abruzzi e Giulianova, correggeva il refuso relativo al numero di ettari della Riserva (1100 anziché 110).
Inoltre sopprimeva la frase “se non espressamente previste dagli strumenti urbanistici”, di cui alla lettera r) del comma 19, che aveva indotto il Commissario ad Acta a dare l’ammissibilità al PdL della società Bluserena.

Successivamente, in data 10 giugno 2006, la stessa società faceva pubblicare, sul quotidiano Il Messaggero, l’avviso di presentazione alla Regione Abruzzo della “Richiesta di Compatibilità Ambientale” per il suo Piano di Lottizzazione Convenzionata. Nel contempo, il 14 luglio 2006, il Commissario ad Acta rigettava tutte le opinioni avverse alla sua prima delibera, e dava mandato al Segretario Generale dell’Amministrazione rosetana di dar seguito ai successivi adempimenti.
Entro il termine di scadenza del periodo di 45 giorni per l’inoltro di eventuali istanze riguardanti la Richiesta presentata da Bluserena alla Regione, il Comitato pro-Riserva Borsacchio e le altre Associazioni ambientaliste inviavano le loro Osservazioni, nettamente contrarie alla Pronuncia di Compatibilità Ambientale.
Improvvisamente però, veniva approvato a maggioranza un progetto di legge regionale di 12 articoli, nel quale, all’ultimo momento, era stato inserito l’articolo 12 bis, che così recita: “Alla legge regionale 3.5.2006 n. 11, dopo l’art. 1 è aggiunto il seguente Art. 1 bis: la presente legge esplica la propria efficacia dopo l’approvazione, da parte del Consiglio Regionale, del nuovo perimetro della riserva naturale adeguato a quanto disposto dall’art. 1”.

Anche se volutamente non nominata, si trattava proprio della Riserva naturale Borsacchio, e i due presentatori dell’emendamento ad personam, Antonio Boschetti e Camillo Cesarone, consiglieri regionali eletti in Provincia di Chieti, avevano agito sicuramente su commissione in quanto non interessati come territorio e nulla sapevano di quell’area protetta.
In conseguenza, l’emendamento Boschetti-Cesarone, inserito surrettiziamente nella L. R. n. 27 del 9 agosto 2006, ha permesso la realizzazione di diverse opere cementizie all’interno della zona di massimo vincolo di conservazione integrale del luogo e del biotipo.

Intanto, in data 5 luglio 2007, il Consiglio Provinciale di Teramo approvava all’unanimità un Ordine del Giorno nel quale si impegnava il Presidente della Provincia a sollecitare il Comune di Roseto e la Regione Abruzzo per “fare dell’area che si sviluppa in Comune di Roseto, località Borsacchio, una Riserva Naturale Regionale da preservare nella sua straordinaria bellezza e da consegnare integra alle future generazioni, con le sue meravigliose caratteristiche naturalistiche e paesaggistiche”.
Con la pubblicazione sul BURA n. 6 del 5 ottobre 2007 entrava intanto in vigore la Legge Regionale del 1° ottobre 2007 n. 34, nella quale un emendamento, presentato da Daniela Sandroni di Rifondazione Comunista e ripresentato da Benigno D’Orazio di Alleanza Nazionale, veniva approvato con 25 voti contro i 10 dei Ds e della Margherita.

Tale emendamento, convertito nel comma 4 dell’art. 33 così recita: “I confini della Riserva Naturale Regionale Guidata Borsacchio, nel territorio dei Comuni di Roseto degli Abruzzi (TE) e Giulianova (TE), sono stabiliti, come da cartografia allegata in scala 1:20.000 per una superficie di ha 1100”.
Come si potrà constatare nei prossimi capitoli, nemmeno la quarta legge è riuscita a riscattare la nostra città dalla dissennata distruzione dell’inestimabile patrimonio ambientale, ed è stata solo una delle tante battaglie combattute dentro e fuori la Regione Abruzzo.

Franco Sbrolla

lunedì 12 luglio 2010

La storia di Roseto e della Riserva naturale Borsacchio (cap. 5)

(Ricevo da Franco Sbrolla e rendo noto)
Capitolo 5: Da“L’Abruzzo nel mio cuore” a “L’Oceano ci chiama” ed ai “Caduti del Mare”

Quei pescatori di un tempo, vissuti umilmente, hanno potuto almeno appagare gli occhi e la mente con l’ineguagliabile paesaggio, allora inalterato, e diventato poi, dal fiume Tordino al torrente Borsacchio, una Riserva naturale.

E sono stati spesso ricordati da scrittori, registi e artisti. Tra i primi la giornalista napoletana Beatrice Testa, che durante la fanciullezza aveva frequentato la casa dei nonni, lo stupendo villino Grue, ornato dall’arte castellana, e devastato in seguito dal cemento come altre ville patrizie.

Nel 1929 pubblicò “L’Abruzzo nel mio cuore”, arricchito da 40 xilografie originali dell’artista Carlo D’Aloisio da Vasto, e dedicò gli ultimi due capitoli ai ricordi rosetani. Mi è sembrato quindi opportuno, essendo il libro ormai introvabile, trascrivere alcune delle tante bellissime frasi: “Rosburgo: …presso la riva del mare, un piccolo gruppo di capanne basse e tenebrose, impastate di creta e di paglia, con le finestre opache e piene di sonno, con gli usci sconnessi e cigolanti, così piccini che, per varcarli, bisognava piegarsi in due. E queste capanne, che nel dialetto del luogo si chiamavano pinciare parevano, viste dall’alto, tante pecorelle dolci e brune, che si fossero messe a brucar l’erba, ai piedi della collina gialla di tufo, e che poi si fossero addormentate alla nenia lenta e maliosa del mare. Chi potrebbe dire come le pinciare scomparvero?

Certo esse caddero ad una ad una docili e rassegnate e s’elevarono al loro posto innumerevoli villini umili e fastosi, bianchi e colorati; ma tutti, dal primo all’ultimo, ebbero alle porte un ciuffo di rose o un albero di oleandri vermigli…

Rosburgo, che è forse la più giovane tra le spiagge dell’Adriatico abruzzese, ha quello che molte città più grandi e più celebri non hanno: un artista che l’ama e l’esalta nella bellezza e nella poesia del colore, Pasquale Celommi, pittore dalla rude e delicata anima, in cui la fierezza del nativo Abruzzo e la soavità dell’arte si compongono in squisita armonia...Ma Pasquale Celommi adora il mare in tutti i momenti della giornata, in tutte le sfumature delle tinte e delle trasparenze, in tutta la forte e profonda poesia del suo insonne e perpetuo ondeggiare. La luce che gioca tra i flutti su la riva, lo rapisce ed egli s’indugia a renderne tutta la grazia leggera.

Così in Pesca abbondante il sole che sorge lontano, tra acqua e cielo, ferisce orizzontalmente il mare fino alla sponda, fin dove un velo sottilissimo d’acqua translucente si distende e palpita su la sabbia d’oro, che si scorge in trasparenza, non liscia e compatta, ma appena ondulata dal ritmico, alterno movimento dei flutti. E di sole avvampano le vele purpuree mezzo ammainate e i visi delle donne e le collane di oro. In cielo passano tutte le divine sfumature dell’alba. La pesca della sciabica è invece tutta penetrata della inesprimibile malinconia del crepuscolo adriatico che è così lungo e dolce e quieto su lo sconfinato deserto del mare senza terra né vela…”

“Roseto d’Abruzzo: Ti sei vestito di grigio e di vento per venirmi incontro stamane, o mare strano e bellissimo, che sorridesti ai sogni della mia puerizia lontana… Ed ad una ad una sono passate davanti ai miei occhi velati le piccole bianche stazioni adriatiche dai nomi così dolci ogni volta al venire ma così tristi al partire, Montesilvano, Silvi, Atri… Mi affaccio dal finestrino. Il vento autunnale mi getta in viso rabbiosamente nubi di fumo e odore di carbone. Ma non importa... Vento, fumo, polvere, lacrime, palpiti disordinati del cuore. Sul mare, in fondo in fondo, scivolano le tue paranze, Rosburgo. Se si accostassero un poco, io ne riconoscerei le vele ad una ad una: il Sacramento, la Mezzaluna, la Stella… Adesso le vele cominciano ad avvicinarsi alla riva. Quante volte le vedemmo tornare così, gonfie di vento e lente, trascinandosi dietro, nel tremolare dell’acqua, il riflesso dei fiammeggianti colori? Spuntavano ad una ad una di dietro lo spigolo della villa accanto. Sarà la gialla? Sarà la rossa? Quella col sole? Quella con la Madonna?...

E la processione fastosa e solenne empiva tutta l’azzurra distesa del mare ondeggiante. Qua la raggiera di un ostensorio, là il profilo d’un fantastico mostro, più vicino, proprio su la sponda…

Poi d’un tratto, un fischio, un rombo, un sussulto. Il treno, piccino e veloce nella lontananza, girava sul ponte Vomano…

E Rosburgo non è più Rosburgo. Su la rovina dei vecchi uomini e delle vecchie case è tutta una nuova fiorita. Così, morto Pasquale Celommi, il pittore delle belle marine, un giovane artista, Giuseppe Di Blasio, seguendo le orme profonde e gloriose di Basilio Cascella da Pescara, attende ad ornare il paese di belle ceramiche. E noi… non siamo più quelli di allora.
Il tempo è passato… Per noi la parentesi è forse chiusa per sempre. Rosburgo si chiama Roseto. Passano gli anni e non ci si viene. O ci si passa senza fermarsi col treno che corre e con gli occhi che bruciano. Perché quello che è stato non è. Perché la vita non è più qui ma altrove, lontano; e se volessimo, domani, veramente ritrovare l’Abruzzo, quello dolce, forte e bellissimo, che mise i suoi limpidi cieli d’aurora e di tramonto, le sue montagne impassibili e le sue sconfinate marine intorno al primo fiorire della nostra giovinezza, dovremmo forse guardarci soprattutto nel cuore…”.

Parecchi anni dopo, nel 1957, testimone della nostra marineria è stato il bel film “Noi dell’oceano” (ideato da Giorgio Ferroni, regista Giovanni Roccardi, voce fuori campo di Vittorio G. Rossi, scrittore e navigatore). Girato da una troupe imbarcata sulla Genepesca 1^ per documentare la pesca del merluzzo nel Nord Atlantico, e uscito nelle sale con il titolo “L’Oceano ci chiama”, immortalò tanti pescatori rosetani costretti ad emigrare quando i modesti ricavi non riuscivano a coprire nemmeno le spese. Riguardo poi agli imbarchi sulle navi, i nostri marinai sono stati di esempio in pace e in guerra, ed hanno sempre dimostrato la loro operosità e la loro abnegazione.

Sullo stesso tema, il monumento in bronzo ai “Caduti del Mare”, scolpito nel 1998 dall’amico prof. Daniele Guerrieri, pittore e scultore originario di Castelli, che vive a Roseto da molti anni, vuole perpetuare la memoria di tanti nostri avi che nel mare hanno sacrificato la loro esistenza.

Successivamente, quando quell’unico ricordo della nostra tradizione marinara venne letteralmente rimosso, ritenni doveroso, in quanto figlio di marinaio decorato a seguito di affondamenti e naufragi, scrivere un articolo, “L’esproprio della Memoria”, pubblicato sul n° 3/4 2005 di Piccola Città. E voglio riportarlo qui di seguito affinchè nessuno possa dire di non sapere: “C’era una volta un monumento dedicato ai Caduti del Mare, lì davanti al pontile, e l’artista che lo aveva realizzato era riuscito a dargli il dono della parola. Raccontava, il monumento, il nostro passato e parlava di naufragi e di lutti, di madri e di vedove vestite sempre di nero, di orfani che ancora imberbi ripercorrevano la strada dei padri, di lontananza dagli affetti quando la penuria del pescato costringeva ad emigrare presso altri mari, di famiglie povere e nel contempo dignitose ed oneste,... Con malcelata commozione ripeteva ogni volta la storia dell’emblema della marineria rosetana, il mitico Titone che sfidava da solo il mare, e di quando il mare, per averlo alla sua corte, architettò la tempesta perfetta e si scatenarono tutti gli elementi.

E continuava facendo rivivere lo scenario della folla assiepata sulla spiaggia a contare le vele, che come farfalle impaurite vagavano tra le onde impazzite.

Purtroppo, l’anno scorso, qualcuno dell’Amministrazione comunale ha avuto l’infelice idea di intitolare ai Caduti delle Forze dell’Ordine quella piazza in cui il monumento rappresentava un segno tangibile di identità e di appartenenza. Certo anche loro avevano il diritto di essere ricordati, ma si poteva e si doveva trovare un sito diverso, scelto anch’esso per onorare degnamente il sacrificio della vita nell’adempimento del proprio dovere. Naturalmente il tapino non sapeva nulla di toponomastica. Non sapeva nemmeno che la dedica ai Caduti del Mare era considerata da tutti i rosetani il toponimo del luogo, e quindi quel cimelio doveva essere rispettato in quanto testimonianza inconfutabile delle radici e delle vicende accadute.

Tanto per fare un esempio calzante, sarebbe altrettanto disdicevole intitolare a Giuseppe Garibaldi una piazza con al centro la statua di Giuseppe Mazzini (e ritengo che in nessun paese del mondo possa succedere un fatto del genere). Da quel giorno il monumento non ha più parlato, e tocca adesso ai discendenti della gente di mare, che hanno nel loro DNA tracce di acqua salmastra, ricordare e raccontare la storia di Roseto, comprensiva di questo capitolo, in modo da non farne mai perdere la memoria.

E’ pur vero che il Salvatore disse: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno, ma perdonare non significa affatto dimenticare, altrimenti il futuro del nostro paese, espropriato del suo passato, sarà soltanto un anonimo futuro”.

Franco Sbrolla

venerdì 25 giugno 2010

L’assalto alla diligenza (di Franco Sbrolla)

(Ricevo da Franco Sbrolla e rendo noto)
Non si è mai visto un assalto alla diligenza da parte di indiani e cowboy animati dagli stessi stimoli.
Questo accade però nello sceneggiato in onda a Roseto, dove centro-sinistra e centro-destra procedono insieme all’assalto della Riserva naturale Borsacchio, specchio delle brame di tanti speculatori.
Ha cominciato l’Amministrazione comunale di centro-sinistra, la quale, dopo qualche anno di strategica inerzia, ha commissionato un Piano di Assetto Naturalistico che prevede una lottizzazione di oltre 50.000 metri quadrati all’interno dell’area protetta.
Successivamente i conflitti d’interesse hanno indotto gli Amministratori, col beneplacito del Presidente della Provincia di Teramo, al quale era stata affidata la gestione della Riserva, a boicottare la nomina dell’Organo di Gestione, procurando così al Comune la perdita di oltre un milione di euro di finanziamenti, che poteva assicurare l’occupazione di giovani, “disoccupati e inoccupati”, come recita il comma 5 della Legge regionale 8 febbraio 2005 n. 6.
E’ entrato poi nell’agone il centro-destra, ancora a digiuno di potere, che si è ricompattato affidandosi al consigliere regionale Berardo Rabbuffo, il quale ha promesso a tutti gli amici degli amici un contentino edificatorio nella Riserva naturale Borsacchio.
Eppure, quando l’arch. Rabbuffo venne a Roseto ad illustrare il suo progetto di legge che ha come obiettivo la trasformazione della Riserva in una specie di Orto botanico, lasciando tutto il resto alla speculazione edilizia, finì nel tritatutto, attaccato pesantemente proprio dagli esponenti provinciali e regionali del centro-destra, oltre che dai cittadini intervenuti.
A scendere in campo a fianco del consigliere regionale è stato, nei giorni scorsi, il senatore Paolo Tancredi del PdL, che, per sanare gli abusi perpetrati nelle aree protette, ed i conseguenti sequestri ordinati dalla Magistratura, ha presentato, come primo firmatario e come si apprende dalla stampa, ben tre emendamenti alla manovra finanziaria, tuttora in corso di esame.
Il primo emendamento, “condono edilizio”, è “il più indecente di tutti i tempi” (come ha scritto Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera), in quanto allungherebbe i termini della sanatoria 2003 fino al 31 marzo 2010, per gli abusi realizzati anche nelle Riserve naturali. E nel contempo sarebbero sospesi automaticamente “tutti i procedimenti sanzionatori di natura penale ed amministrativa, già avviati in esecuzione di sentenze passate in giudicato”.
Il secondo, “diritto di prelazione”, propone che nei casi in cui vengano confiscati edifici abusivi, nelle successive aste di vendita i responsabili degli abusi godano del diritto di prelazione.
Il terzo emendamento, “condono fiscale tombale”, prevede la riapertura dei termini della sanatoria, e degli omessi versamenti, fino al 31 dicembre 2008.
E quando anche il Governo ed il suo partito hanno preso le distanze ed hanno chiesto il ritiro degli emendamenti, il senatore Tancredi, intervistato dal giornalista Mario Sensini del Corriere della Sera, ha detto, testualmente: “... Ma io, anzi noi, neanche li abbiamo letti gli emendamenti, perché non c’è stato il tempo materiale. Li abbiamo solo firmati. Io sono un ambientalista, sono abruzzese e amo la montagna e il Gran Sasso che sta in un Parco Nazionale. Mai e poi mai mi sarei sognato di proporre un condono edilizio. Dentro ai Parchi e alle aree protette, poi...”.
Di fronte ad uno scenario così deprimente, e mentre cresce nella gente la voglia di non andare a votare, mi tornano in mente le parole lungimiranti dello scrittore e filosofo Dario Antiseri (vincitore del Premio Internazionale alla Libertà), riportate da Il Sole-24 Ore il 2 ottobre 2003: ... I politici o, meglio, la gran parte di essi vengono considerati, oltre che con distacco, con disprezzo e sono sempre più percepiti come un ceto trasversale di privilegiati che stanno lì a recitare una parte scritta da altri...E’ così che, se si seguiterà ad andare per questa strada, i cittadini si allontaneranno sempre più dalla vita dei partiti, crescerà la sfiducia nelle istituzioni. E senza regole accettate, condivise e difese la democrazia deperisce, la società si trasforma in una giungla dove bande di predoni attrezzati e i loro servi del momento la faranno da padroni”.
 
Franco Sbrolla – Roseto A.

giovedì 3 giugno 2010

La storia di Roseto e della Riserva naturale Borsacchio (cap. 4)

Ricevo da Franco Sbrolla e rendo pubblico
Capitolo 4: La Marina di Montepagano, il Lido delle Rose ed i sub-comparti di viale Makarska

Dai vari libri dello storico rosetano Raffaele D’Ilario si rileva che, dopo Le Quote, ci fu la seconda quotizzazione ad opera di Domenico Ponno, il quale mise in vendita un terreno di circa 6 ettari “al solo scopo di doversi edificare oltre 100 Casini e Ville”.

A tal proposito, un caro amico mi ha fatto pervenire la copia di un manifesto dell’Agosto 1877, firmato dall’ing. Tito Clemente, in cui il sindaco dell’epoca, Achille Mezzopreti, capofila di un Comitato promotore formato da uomini rappresentativi (come il patriota Ciro Romualdi ed il senatore Giuseppe Devincenzi), auspicava la formazione di una nuova borgata.

Nel promuovere la vendita di piccoli lotti, il Comitato così si esprimeva: “Già da parecchi anni si lamenta la insufficienza di abitazioni al tempo di bagni nella Marina di Montepagano, alla quale l’amenità del sito, la salubrità dell’aria, la bontà della spiaggia formata da sottilissime arene e dolce declivio che la rende piacevole e sicura, la modica spesa di soggiorno e la vita libera e gaia attirano gran numero di bagnanti e villeggianti sì da questa che da altre Province”.

Dopo il cambio di denominazione da Le Quote a Rosburgo, a volere la nuova frazione “modernamente civile” fu Giovanni Thaulero (1860 – 1905), il mecenate che finanziò la prima illuminazione pubblica e le altre opere sociali, dopodiché la borgata iniziò a primeggiare tra le stazioni balneari limitrofe.

Divenne in seguito famosa come Lido delle Rose, in quanto le bianche case, le ville patrizie, il lungomare ed i viali erano tutti contornati da roseti ed oleandri, ed attirò i personaggi più in vista nelle Istituzioni, nell’arte e nelle lettere, che ne fecero il loro abituale luogo di soggiorno estivo.

E’ stato poi il giornalista Luigi Braccili a raccogliere, nel prestigioso volume “Roseto nella cultura italiana ed europea” (adornato di stupende iconografie concesse dal collezionista Luciano Di Giulio), tanti bellissimi saggi di rosetani ed ospiti di riguardo, che possono essere considerati, come ha scritto il prof. Adelmo Marino nella sua Introduzione, “una dichiarazione d’amore a più mani”, e che hanno contribuito a far conoscere il nostro paese dentro e fuori i confini d’Italia.

Nomi diventati eccellenti nel panorama letterario, come Camillo Barbarito, Vincenzo Filippone Thaulero, Luigi Illuminati, Margaret Mazzantini, Federico Mola, Mario Moretti, Nerino Rossi, Michail Nikolaevic Semenov, Enzo Siciliano, Beatrice Testa.

Le loro opere hanno ottenuto significativi riconoscimenti ed hanno vinto, più volte, premi importanti, quali il Premio Strega, Campiello, Viareggio, Rapallo, Ca’ Foscari, Napoli, Amsterdam, …

E bene ha fatto l’Amministrazione comunale a riportare, nel manifesto augurale per il 150° compleanno di Roseto, una frase del libro di Enzo Siciliano “Mia madre amava il mare”, che fa riferimento alla nostra spiaggia. E’ pur vero, però, che anche un manifesto augurale può avere il suo rovescio, e, purtroppo, il sindaco Di Bonaventura, forse non conoscendo tutti gli scritti dell’insigne romanziere e critico d’arte di origini calabresi, ha così commentato: “… una frase di un grande intellettuale e scrittore che, in poche parole, ha il pregio di rendere benissimo l’immagine della nostra amata città”.

Sennonché, proprio Enzo Siciliano, quando la furia devastatrice del cemento cominciò a distruggere il Lido delle Rose e la Marina di Montepagano, si sfogò, da par suo, sulla prima pagina di Repubblica. E bollò, in un articolo dal titolo “Geometri dell’orrore”, i responsabili delle speculazioni edilizie nell’Italia che aveva ancora “la grazia dell’architettura spontanea, specie negli angoli che sembravano isolati dalla storia,  che erano i più belli, la Calabria sul Tirreno, le coste d’Abruzzo …”, aggiungendo poi (vi ricordate “Mani sulla città” di Francesco Rosi?, in cassetta si trova facilmente: vale la pena ripassarselo).

Parole scolpite nel marmo e dedicate ai genieri di allora ed a coloro che hanno seguito l’esempio.

Nelle ultime pagine di “Roseto nella cultura italiana ed europea”, il giornalista Braccili ha voluto evidenziare alcuni giudizi sui “mostri sacri” di origine controllata:  Pasquale  e  Raffaello  Celommi (i pittori della luce) e Pier Giuseppe Di Blasio (l’artista di un sogno antico).

Nei loro capolavori c’è tutto il meraviglioso scenario della terra nativa, ed in quelle cornici piene di fascino, i rosetani autentici ritrovano tuttora, in una ideale simbiosi, le radici, l’identità, le tracce dei nostri avi e i dolci colori della memoria. A fronte di tanta arte e cultura, c’è stata la pochezza dei nostri Amministratori, i quali non hanno voluto difendere l’inestimabile patrimonio naturalistico e paesaggistico, che Madre Natura, con molta benevolenza, ci aveva affidato.

La disinvolta politica del territorio, finalizzata ad uno sviluppo interamente cementizio, ha poi favorito lo scempio che si sta consumando con i tre sub-comparti di viale Makarska, un cumulo di palazzoni e casermoni che ha raccolto l’unanime esecrazione da parte dei rosetani e dei turisti.

Quando i tre progetti, sostenuti da una ben orchestrata campagna mediatica, approdarono in Consiglio comunale all’inizio di settembre 1998, e furono approvati a larga maggioranza, il sindaco Nicola Crisci espresse molta soddisfazione.

Diametralmente opposto il giudizio dell’ex-sindaco Pasquale Calvarese, il quale votò contro ritenendo i progetti: “un eclatante atto di rinuncia al perseguimento del pubblico interesse, un regalo miliardario fatto ai privati attraverso il depauperamento delle proprietà comunali, nell’ambito di proposte di lottizzazione caratterizzate da forzature procedurali, disomogeneità, confusione urbanistica e privatizzazione”.

Dieci anni dopo, nel 2008, mentre ruspe e betoniere erano ancora in azione, lessi un articolo sui lavori in corso, e mi colpirono alcuni passaggi, pienamente condivisi, che riporto qui di seguito:

“Gli scheletri di cemento armato deturpano l’ultima oasi di verde sul mare di Roseto, strane creature che stanno modificando il colpo d’occhio paesaggistico di una città marinara, tra storie di ambiguità urbanistiche, indifferenza dei cittadini e burocrazia indefinita… L’orrore della colata di cemento con relativa aggressione al mare non ha fine nonostante le Bandiere Blu sventolino nel vicino stabilimento... Per immaginare quanto cemento stanno rovesciando a pochi metri dalla spiaggia basta prendere a paragone quella che fu Punta Perotti a Bari e moltiplicare credo, per almeno dieci volte i suoi metri cubi. Solo che il mostro barese è stato abbattuto, gli spaventosi mostri della Rosburgo invece sono in costruzione… C’è bisogno più che mai che a Roseto si prenda coscienza che la macchina turistica per essere sostenuta non ha bisogno di nuovi posti letto, ma di rimettere in sesto i percorsi collinari, vergognosamente abbandonati e sporchi, di iniziare a valorizzare aree come l’oasi del Borsacchio, di pensare alla creazione di piste ciclabili, di ristrutturare il romantico pontile a mare, il porticciolo quasi abbandonato, di aprire un dibattito sulla necessità di una variante alla nazionale che avvelena la città con le sue emissioni di anidride carbonica…”.

Se poi qualcuno volesse avere qualche ulteriore riferimento su Punta Perotti, soccorre un commento de Il Sole-24 Ore, pubblicato il 31 marzo 2006, nel quale si racconta la storia dei tre palazzoni, denominati “la saracinesca” perché chiudevano alla vista un’ampia fetta di mare.

Iniziata nel 1987, l’odissea di quella lottizzazione, che aveva violato la legge Galasso in quanto non rispettava la distanza regolamentare di 300 metri dal mare, si concluse il 2 aprile 2006 con la prima implosione dei 300 appartamenti, alla presenza di 250 giornalisti e di tante emittenti tv che riportarono l’avvenimento in tutte le parti del mondo.

Ed è motivo di profonda riflessione constatare che la distanza tra la battigia ed il fronte delle costruzioni è di soli 50 metri, per dei sub-comparti che hanno già beneficiato di un bonus di incremento in altezza da 13,50 a 17,50 metri.

Ciononostante sembra proprio, attraverso le intenzioni manifestate dal Sindaco e dall’Assessore all’Urbanistica, e grazie al contributo progettuale, generosamente ripagato, del prof. architetto Gianluigi Nigro, che la devastazione di viale Makarska possa essere esportata ancora più a nord, all’interno della Riserva naturale Borsacchio

Franco Sbrolla

Cap. Terzo
Cap. Secondo
Cap. Primo

lunedì 17 maggio 2010

I disastri petroliferi passati, in corso ed annunciati (di Franco Sbrolla)

(Ricevo da Franco Sbrolla e rendo noto)
La catastrofe petrolifera causata dalla British Petroleum il 20 aprile 2010, che sta seminando il panico negli stati americani che si affacciano al Golfo del Messico ed alla Florida Keys, le isole immortalate da Ernest Hemingway, non è certamente un avvenimento senza precedenti, unico e irripetibile, come vogliono farci credere.
Non siamo smemorati e ricordiamo bene i 130 miliardi di litri di petrolio finiti nel Golfo Persico nel 1991, i 50 milioni di litri che nel 1989 andarono a depositarsi lungo le coste vergini della Baia di Prince William in Alaska (famosa per la sua bellezza), i 500 milioni di litri finiti nel 1979 nella Baia di Campeche in Messico e, tanto per restare in tema, nell’esplosione di una raffineria della stessa BP in Texas, il 23 marzo 2005, vi furono 15 morti ed oltre cento feriti.
E mentre negli Stati Uniti sono sotto accusa tutti i parlamentari che hanno incoraggiato le attività di trivellazioni, ricevendo in cambio, dalla British Petroleum, laute donazioni per le campagne elettorali pari a 16 milioni di dollari nel solo 2009, sembra proprio, qui da noi, che nemmeno l’affondamento della Deepwater Horizon e la morte di 11 operai abbiano fermato le richieste dell’Assomineraria ed i procedimenti del Dicastero dello Sviluppo Economico.
Nell’ultimo Bollettino ministeriale pubblicato il 5 maggio, si legge infatti che per quanto riguarda le cinque istanze di ricerca e coltivazione petrolifera, che coprono gran parte della Provincia di Teramo e sono state denominate: Cipressi, Colle dei nidi, Corropoli, Villa Carbone e Villa Mazzarosa, l’iter prosegue regolarmente e celermente.
I dati aggiornati ci illustrano che l’istanza Corropoli, la quale interessa Cologna Spiaggia e la parte nord della Riserva naturale Borsacchio e di Cologna Paese, dopo la presentazione al Ministero avvenuta il 1° ottobre 2004, ed il conseguente parere favorevole, ha fatto adesso un bel passo avanti in quanto, proprio alcuni giorni fa, il 23 aprile 2010, si è svolta la 5^ Conferenza dei Servizi, che segue le precedenti datate 22.9.2008, 8.6.2007, 20.4.2007 e 20.2.2007.
Per quanto concerne l’istanza Villa Mazzarosa, presentata il 31 marzo 2006, che interessa un area di 13,4 Kmq., dal confine sud di Cologna Spiaggia fino a Scerne di Pineto, il Ministero, dopo aver comunicato alla Regione Abruzzo, in data 18 ottobre 2007, il parere favorevole del Comitato Tecnico per gli Idrocarburi e la Geotermia, ha scritto nuovamente il 12 febbraio 2010 per comunicare la ripresa del procedimento. E si attende la convocazione della Conferenza dei Servizi.
Purtroppo, su ciò che bolle veramente in pentola e sulle deliberazioni delle Conferenze dei Servizi, maturate nelle segrete stanze, le varie Istituzioni (Comune, Provincia e Regione), più volte chiamate in causa dalle Associazioni ambientaliste, non hanno mai risposto.
Eppure, nel territorio comunale, ci sono tanti amministratori pubblici e politici di medio ed alto livello che sull’argomento, in tutti questi anni, non hanno sentito nemmeno il dovere di informarci!
Aggiungendo anche le piattaforme, che nella cartina del Ministero coprono tutti gli spazi antistanti la costa rosetana, mi sembra doveroso chiedere a questi nostri rappresentanti: che avete fatto finora, concretamente, per scongiurare l’incombente deriva petrolifera?
Siccome i danni ambientali si pagano poi con la distruzione dell’economia e con la salute umana, che ne sarà dei nostri figli e nipoti che rischiano di vivere in un ambiente devastato e privato delle principali risorse naturali: la pesca, il turismo e l’agricoltura con i suoi prodotti d.o.c.?
E proprio l’altro ieri il senatore Maria Cantwell ha chiesto alla British Petroleum: “Rimborserete i pescatori? Gli enti locali? L’industria del turismo?”. “Solo le richieste legittime”, ha risposto Lamar McKay, presidente della BP. Ed alla successiva domanda: “Cos’è una richiesta legittima?”, non c’è stata alcuna risposta.

Franco Sbrolla

giovedì 6 maggio 2010

Roseto e l’interminabile storia della Riserva naturale Borsacchio (cap. 3)

Ricevo da Franco Sbrolla e rendo pubblico

Capitolo 3:
Da Le Quote e Rosburgo a Roseto ed alla salvaguardia delle bellezze naturali
In quel periodo, (1857 – 1927), come ben documentato dallo storico rosetano Raffaele D’Ilario (1903 – 1985), avvennero alcuni fatti importanti che cambiarono la fisionomia della sottostante Marina di Montepagano:
- 30 luglio 1857, la Chiesa Ricettizia del capoluogo, che possedeva un’area sulla costa, formulò un progetto per edificarvi un nuovo borgo;
- 22 maggio 1860, il fondo in questione fu suddiviso in 12 quote, assegnate ad altrettante famiglie, e l’aggregato residenziale venne chiamato Le Quote, da cui derivò il soprannome di “cutaruli”;
- 22 maggio 1887, con decreto del Re d’Italia Umberto I°, Le Quote cambiarono denominazione in Rosburgo (Borgo delle Rose);
- 3 aprile 1924, il regio decreto n. 604 decise il trasferimento della sede municipale da Montepagano alla frazione Rosburgo;
- 14 giugno 1926, l’on.le Giacomo Acerbo, vicepresidente della Camera dei Deputati, comunicò che Benito Mussolini gli aveva indicato “il nome italianissimo di Roseto degli Abruzzi che il Comune doveva assumere per sostituire quello teutonico di Rosburgo”;
- 20 febbraio 1927, Vittorio Emanuele III, su proposta del Capo del Governo, decretò che il Comune di Montepagano era autorizzato a mutare la propria denominazione in quella di Roseto degli Abruzzi, rimanendo invariato il nome della frazione Montepagano.
Sopraggiunta la seconda guerra mondiale, che portò fame, bombardamenti, lutti e sfollamento verso i paesi collinari, anche la villa Mazzarosa, la Cantina ed il parco a mare vennero occupati dalle truppe tedesche, responsabili di moltissimi danni e della sparizione di gran parte delle botti (barriques) della barricaia, locale destinato all’invecchiamento dei vini.
Dopo la liberazione di Roseto, avvenuta il 13 giugno 1944, un distaccamento polacco occupò la villa, che diventò l’alloggio degli ufficiali, ed il parco, dove furono mimetizzate le tende dei soldati.
Comandava il presidio una donna col grado di capitano. Una donna in guerra, ma sempre donna. Perché quando faceva i giri d’ispezione si accompagnava, mano nella mano, ad una piccola rosetana, che allora aveva sei anni, ed oggi ricorda ancora quel rapporto affettuoso.
Finita la guerra, tutto tornò, pian piano, come prima. E lungo la spiaggia della Marina di Montepagano ricominciò l’abituale passaggio delle greggi (la transumanza), all’inizio dell’autunno e durante la primavera. In quelle occasioni i pastori della montagna teramana, venendo a contatto con agricoltori e pescatori locali, avevano la possibilità di barattare latte e formaggi con prodotti della terra e della pesca.
I rapporti tra contadini e pescatori non erano però molto socievoli, in quanto i marinai, prima di andare a pesca, avevano l’abitudine di rifornirsi di frutta, specie l’uva, facendo qualche rapida incursione notturna in quelle campagne poste ai margini del litorale.
Toccava allora agli agricoltori chiudere un occhio, e spesso tutti e due, anche perché quei lavoretti, fatti a regola d’arte, non procuravano danni alle colture.
Di quel dopoguerra i rosetani custodiscono ancora, gelosamente, tante immagini, grazie agli scatti di un fotografo d’eccezione, Italo del Governatore, che aveva Roseto nel cuore. E quei favolosi anni non moriranno finchè ci sarà qualcosa o qualcuno a ricordarli.
Le attrattive dello stupendo paesaggio a nord del torrente Borsacchio non potevano, però, continuare ad essere ammirate solo dai pochi abitudinari che ardivano immergersi nel silenzio e nella natura inalterata. Raccontavano inoltre, i novelli esploratori, di aver provato sensazioni così piacevoli da indurli a riconsiderare ed a minimizzare le varie angustie della vita.
In conseguenza di quel misterioso elisir, che attirava ormai sempre più turisti nel periodo estivo, il 27 marzo 1963, su delibera della Commissione provinciale di Teramo per la protezione delle bellezze naturali, veniva emanata la Dichiarazione di notevole interesse pubblico della fascia costiera da Cologna Spiaggia a Roseto degli Abruzzi.
Nello stesso decreto, pubblicato sulla G. U. n. 98 dell’11 aprile 1963, il Ministro per la Pubblica Istruzione, di concerto col Ministro per la Marina Mercantile, riconosceva, ai sensi della legge 29 giugno 1939 n. 1497, “che la zona predetta ha notevole interesse pubblico perché, costituita da lussureggianti boschetti di pioppi, pini ed altre essenze, con alberi che arrivano in alcuni punti a pochi metri dalla linea della battigia, forma numerosi punti di belvedere aperti al pubblico, a chi percorre la strada statale n. 16 Adriatica o la ferrovia, dai quali possono godersi meravigliosi e talora estesissimi panorami sul mare, sugli arenili e sui frastagliati profili costieri, così da offrire inoltre un susseguirsi di incantevoli quadri naturali”.
In data 25 ottobre 1969, un nuovo Decreto estendeva fino alla collina il vincolo già imposto, riconoscendo che le due zone, fascia costiera e parte collinare, “formano un complesso di punti di belvedere pubblici e di quadri naturali di incomparabile bellezza, interdipendenti fra loro per il concorrere degli stessi punti di vista: dal mare e dalle strade in pianura verso i colli e le alture dell’interno, dalla strada statale e dalla ferrovia verso il mare e le alture suddette e infine da queste ultime e dai loro molti versanti verso la pianura, il mare e il vario andamento della costa e della spiaggia. Tutto concorrente a formare un eccezionale insieme di bellezze panoramiche”.
Pertanto, il Ministro per la Pubblica Istruzione, di concerto col Ministro per il Turismo e lo Spettacolo, decretava l’ampliamento del vincolo, e lo stesso Decreto veniva pubblicato sulla G. U. n. 291 del 18 novembre 1969.
La presenza di una sensibilità così espressiva, forse mai riportata in altri contesti giuridico-ministeriali, ci fa comprendere che solo il fascino di quell’area poteva riuscire a trasformare l’abituale frasario burocratico in una ben distribuita composizione di versi poetici.
Come però si constaterà, amaramente, nel prosieguo della storia, l’illusione di poter contare sulla salvaguardia del lembo residuo della Marina di Montepagano, secondo il dettato dell’articolo 9 della Costituzione, è svanita in questo inizio di terzo millennio.
A dare il colpo di grazia sono stati la connivenza degli Enti locali ed il facile accesso ai ricorrenti condoni e sanatorie, che, per gli studiosi del Diritto, sono veri e propri espedienti anticostituzionali, concepiti dalle Istituzioni per favorire l’interesse dei singoli privati, anziché quello, preminente, della collettività.
Per rendersi conto dell’involuzione rispetto al passato, basta ricordare che già nell’Ottocento, ereditata dalle antiche dinastie e repubbliche, la sovranità popolare si esercitava anche sul patrimonio paesaggistico. E comportava, da un lato, il suo massimo e generalizzato godimento, e, dall’altro, la responsabilità, da tutti condivisa, di preservarlo per le future generazioni.
Inoltre, severe regole urbanistiche subordinavano la libertà di edificare a norme di pubblica utilità.
Sull’attuale tema della incessante e vergognosa distruzione della natura, non contrastata efficacemente dalla Giustizia umana, anche la Bibbia era stata chiara fin dalle sue prime pagine: “Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse” (Genesi, 2:15).
Sulla stessa lunghezza d’onda, i Delegati delle Chiese cristiane, riuniti nell’Assemblea Ecumenica di Basilea 1989, vollero riportare, nel Documento Finale, il seguente monito equiparabile ad un Comandamento divino: “Le Chiese considerino uno scandalo ed un crimine il danno irreversibile che continua ad essere perpetrato ai danni dell’ambiente…”.
Perché l’ambiente è il Creato, e riflette la magnificenza e l’immensità del Creatore.

Franco Sbrolla

mercoledì 21 aprile 2010

A Roseto la deriva petrolifera (di Franco Sbrolla)

(Ricevo da Franco Sbrolla e rendo noto)


In data 12 febbraio 2010, il Ministero dello Sviluppo Economico ha scritto una lettera alla Regione Abruzzo per comunicare la ripresa del procedimento denominato Villa Mazzarosa, senza nemmeno attendere la pronuncia della Corte Costituzionale, dopo che il Governo ha impugnato anche la seconda legge regionale anti-petrolio.
Prossima tappa la convocazione della Conferenza dei Servizi e poi è previsto il Decreto di Conferimento del permesso di ricerca di idrocarburi alla società Medoil Gas Italia, titolare del medesimo progetto.
L’area interessata dalle ricerche e coltivazioni petrolifere, pari a 13,4 Kmq., inizia dal confine sud di Cologna Spiaggia, attraversa buona parte della Riserva naturale Borsacchio e del territorio rosetano, e termina a Scerne di Pineto. In larghezza si estende dalla battigia fino alla collina.
L’iter procedurale è stato il seguente: 31.3.2006 presentazione dell’istanza, 9.5.2006 avvio del procedimento, 13.12.2006 esame e parere favorevole da parte del Comitato per gli Idrocarburi e la Geotermia, 18.10.2007 comunicazione alla Regione Abruzzo ed al Ministero dell’Ambiente del parere favorevole e del programma di lavoro espresso dal Comitato, 31.3.2009 sospensione dell’attività istruttoria fino al 31 dicembre 2009, 12.2.2010 comunicazione alla Regione Abruzzo della ripresa del programma di lavoro.
Il procedimento denominato Corropoli interessa invece Cologna Spiaggia, e la parte nord della Riserva Borsacchio e di Cologna Paese. Ha un’estensione di 173,2 Kmq., di cui 20,66 Kmq. nelle Marche e 151,64 Kmq. nei Comuni di Alba Adriatica, Colonnella, Controguerra, Corropoli, Giulianova, Martinsicuro, Mosciano Sant’Angelo, Nereto, Notaresco, Roseto degli Abruzzi, Sant’Omero e Tortoreto.
Il progetto, di cui è titolare la società JKX Italia, è stato presentato il 1° ottobre 2004 e venerdì, 23 aprile 2010, ci sarà la Conferenza dei Servizi, e le conseguenti determinazioni si sostituiranno alle autorizzazioni finali degli usuali procedimenti amministrativi.
Per quanto concerne il Decreto di Conferimento, l’unica nota positiva è contenuta nell’art. 7 della normativa, dove è riportato che, all’interno delle aree protette, l’inizio delle operazioni di ricerca sarà subordinato al rilascio del preventivo nulla osta da parte dell’organismo preposto alla gestione dell’area protetta interessata.
Ne discende che l’Organo di Gestione della Riserva naturale Borsacchio, al fine di salvaguardare le tante peculiarità naturalistiche e paesaggistiche, potrà negare il nulla osta ai progetti Villa Mazzarosa e Corropoli, e potrà inoltre dettare condizioni tali da indurre le società permissionarie a rinunciare, in tutto o in parte, alle loro istanze.
Purtroppo, l’Organo di Gestione della Riserva naturale Borsacchio, che doveva essere nominato entro il termine di 90 giorni dalla data di entrata in vigore della Legge Regionale n. 6 dell’ 8 febbraio 2005, non è stato ancora costituito, grazie al boicottaggio del Comune di Roseto e della Provincia di Teramo.
Ma i nostri Amministratori conoscono almeno le intenzioni della Medoil Gas Italia e della JKX Italia, e le strategie dell’Assomineraria? Evidentemente non le conoscono, ed allora voglio precisare che la Medoil Gas Italia fa parte del gruppo Mediterrean Oil & Gas, quotato alla Borsa di Londra, che, guarda caso, il 27 febbraio 2008 ha acquistato anche la JKX Italia, titolare del progetto Corropoli. Non è quindi un Ente di beneficenza e, dopo aver investito, il fine è quello di fare business per distribuire sostanziosi dividendi agli azionisti.
Per quanto concerne le strategie delle società che ricercano e lavorano gli idrocarburi, posso essere ancor più preciso in quanto ho avuto modo di studiare attentamente i resoconti dell’Assemblea generale dell’Assomineraria, svoltasi a Frascati (Roma) il 30 marzo u.s.
In sintesi, secondo l’Assomineraria, “L’Italia è un paese petrolifero e non lo sa”, “sono state identificate 57 progetti cantierabili che darebbero lavoro a 34.000 addetti per la sola costruzione degli impianti”, “è dunque necessario introdurre misure che semplifichino le procedure autorizzative”. Inoltre, dall’analisi svolta dalla Nomisma Energia, e riportata in Assemblea, si rileva che l’Abruzzo e l’Emilia Romagna sono le regioni che potrebbero consentire la maggiore concentrazione di distretti petroliferi.
Naturalmente, l’Associazione dei petrolieri non fa alcun riferimento alla deriva petrolifera che provocherebbe la perdita di milioni di posti di lavoro esistenti nelle 57 aree cantierabili e zone limitrofe!
Stando così le cose, vorrei rivolgere le seguenti domande all’Amministrazione regionale, all’Amministrazione provinciale di Teramo ed all’Amministrazione comunale di Roseto, che hanno brillato solo per l’inerzia e l’assoluto silenzio, sia sui progetti Villa Mazzarosa e Corropoli e sia sui progetti Cipressi, Colle dei Nidi e Villa Carbone che interessano il rimanente territorio della nostra provincia:
Che fine farà la nostra pesca in un mare inquinato dalle concessioni petrolifere che, nella cartina ministeriale, occupano tutto lo spazio antistante la costa teramana?
Che ne sarà della nostra industria turistica quando i flussi turistici sceglieranno località lontane dalle trivelle in terraferma e dalle piattaforme in mare?
Che succederà alla nostra agricoltura quando i prodotti d.o.c. diventeranno d.o.p., di origine petrolifera?
Quale sarà il tasso di scadimento della decantata qualità della vita, a causa delle ricadute negative ben documentate nel video “Viaggio nei Paesi dell’Ormai” che ha fatto il giro dell’ Abruzzo?
Può darsi che il disastro ambientale procurato in Basilicata, dove i 47 pozzi attivi in Val d’Agri stanno distruggendo le economie locali e la salute dei cittadini, non insegni nulla alle Istituzioni abruzzesi?
La comunità rosetana e quella teramana attendono adesso risposte adeguate e fatti concreti.
Perché la posta in gioco non riguarda soltanto il nostro futuro, ma anche quello dei nostri figli, dei nostri nipoti e delle generazioni che verranno.

Franco Sbrolla

giovedì 1 aprile 2010

Roseto e l’interminabile storia della Riserva naturale Borsacchio (cap. 2)

ricevo da Franco Sbrolla e rendo pubblico
Capitolo 2: Giuseppe Devincenzi, la casa verde, la villa, la Cantina e il parco a mare
Tra le poche costruzioni che mutarono l’aspetto del tratto di costa, che va da Cologna spiaggia al torrente Borsacchio, sono degne di menzione la casa Mataloni, la villa Devincenzi e la Cantina.
La prima, mitica “casa verde”, per noi ragazzi rappresentava la frontiera, l’ultimo fortino prima dell’ignoto. E mentre oggi le mareggiate la circondano completamente, gli anziani raccontavano che lì davanti, dove il mare ha eroso i terreni per più di 50 metri, si estendevano rigogliosi vigneti. La villa, l’attigua Cantina (con la famosa botte da 1000 ettolitri) e il parco a mare ci ricordano il senatore Giuseppe Devincenzi, agronomo versatile, patriota e uomo politico, che operò unitamente a Silvio Spaventa, Camillo Benso conte di Cavour e Marco Minghetti, e fu più volte ministro durante il regno di Vittorio Emanuele II. Avendolo nominato, non posso adesso esimermi dal tracciare un sintetico profilo di questo poliedrico personaggio.
Giuseppe Devincenzi (1814-1903), nato a Notaresco in una famiglia borghese con vasti possedimenti dalla Marina di Montepagano alle colline teramane, studiò prima a Teramo e poi all’Università di Napoli. Seguì la scuola di lettere dello scrittore purista Basilio Puoti ed ebbe come compagni di studio Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Attratto dall’Agronomia, intervenne ai Congressi scientifici di Milano e Napoli e fu chiamato a far parte dell’ Accademia delle Scienze.
Nel 1848, eletto deputato e Segretario del Parlamento napoletano, manifestò idee liberali e fu uno dei firmatari della protesta per lo sgombero forzato della sede istituzionale di Monteoliveto, durante i sanguinosi moti popolari del 15 e 16 maggio contro il re Ferdinando II di Borbone.
Condannato dalla Corte criminale a 24 anni di ferri duri, andò esule in Francia, e poi in Inghilterra, dove conobbe e frequentò tre grandi uomini politici menzionati nell’Enciclopedia Europea: William Ewart Gladstone, Henry John Temple Palmerston e John Russel .
Tornò in Patria dopo 12 anni e collaborò attivamente con Cavour all’impresa napoletana. Portò la Commissione Abruzzese ad Ancona da Vittorio Emanuele II e accompagnò il re all’incontro di Teano con Giuseppe Garibaldi, facendo gli onori di casa quando, il 16 ottobre 1860, il corteo reale passò sotto l’arco di trionfo eretto vicino alla sua villa. Successivamente, a Napoli, durante la Luogotenenza Farini, gli fu assegnato il dicastero dell’Agricoltura, e poi quello dei Lavori Pubblici.
Eletto deputato nel 1861, fu Ministro dei Lavori Pubblici nel 1867 e dal 1871 al 1873.
Nominato Colonnello dello Stato Maggiore di Vittorio Emanuele II e Commissario Generale per l’Italia all’Esposizione Internazionale di Londra nel 1862, fu in seguito il fondatore e patrono del Regio Museo Industriale Italiano di Torino, organizzò il trasferimento dello Stato Sabaudo da Firenze a Roma nel 1871 e diede un forte impulso alla viabilità ed alla bonifica delle zone paludose.
Da senatore, e poi da Ministro, iniziò a progettare una ferrovia che dalla Marina di Montepagano doveva raggiungere L’Aquila e Roma attraverso la vallata del Vomano, ma la netta opposizione di un altro parlamentare, Franceso Sebastiani di Montorio al Vomano, che era invece favorevole alla costruzione della Giulianova-Teramo-L’Aquila-Roma, lo indusse ad accantonare il suo progetto.
Di vasta cultura filosofica ed umanistica, la sua prima scienza fu però quella dei campi e scrisse diverse opere finalizzate al miglioramento dell’agricoltura. Politicamente Giuseppe Devincenzi si schierò con la Destra storica: seguace ed amico di Cavour e di Minghetti, ebbe come competitori nei Collegi di elezione il medico-patriota Ciro Romualdi e Giuseppe Garibaldi.
Nel 1873, in seguito ad un voto di sfiducia della Camera durante il dibattito sulla nuova linea ferrata Roma-Gaeta-Napoli, rassegnò le dimissioni da Ministro e si ritirò a vita privata, anche per seguire da vicino la nipote Maddalena, rimasta orfana nel 1872 dopo la morte del padre Giovanni, già sindaco di Notaresco e fratello del senatore.
Come agronomo, e facendo tesoro dell’esperienza acquisita in Francia ed Inghilterra, applicò nei suoi poderi l’aratura meccanica a forza idraulica, introdusse la coltura dell’erba sulla da sovescio, costruì le prime bigattiere per la bachicoltura e realizzò la Cantina (stabilimento enologico tipicamente francese) ed altre innovazioni che rivelano la sua genialità.
Dietro la villa Devincenzi, chiamata poi Mazzarosa in quanto la nipote sposò il marchese Antonio Mazzarosa di Lucca, fa ancora bella mostra di sé un altro importante cimelio, il casello ferroviario che fungeva da stazione per consentire al ministro un più facile e veloce collegamento con le sedi istituzionali e governative. E bene ha fatto il Comitato pro-Riserva Borsacchio, durante gli incontri per il “Piano d’area della media e bassa Valle del Tordino”, a chiedere il ripristino di quel casello.
C’è infatti un treno che sembra fatto apposta per fermarsi davanti a quella “stazione storica”: il Treno della Valle, colorato, allegro e vacanziero, che collega, nel periodo primavera-estate, l’Adriatico alla Valle del Sangro, e che porta turisti e scolaresche a visitare ed ammirare un campionario inestimabile di paesaggi abruzzesi (costieri, collinari, lacustri, boschivi e montani).
E una fermata nel cuore della Riserva naturale Borsacchio potrebbe rendere ancor più mirabile la stupenda vetrina inserita nel percorso ecoturistico.
Riguardo poi alle peculiarità del parco a mare Devincenzi, ridenominato anch’esso Mazzarosa e antesignano della Riserva naturale Borsacchio, così si è espresso il professor Giovanni Pacioni: “ E’ l’unico ambiente costiero della Regione Abruzzo con la serie di vegetazione psammofila, dalla duna pioniera ad un retroduna consolidato con preziosi endemismi vegetali, anche secolari, di Leccio (Quercus ilex) e Pino d’Aleppo (Pinus halepensis). All’interno della superficie non ancora devastata sono state rilevate ben cinque specie di notevole importanza fitogeografica per l’estrema rarefazione lungo la costa dell’intero Adriatico italiano: il “giglio di mare” (Pancratium maritimum), la splendida Calystegia soldanella, Polygonum maritimum, Verbascum niveum garganicum e Iris fetidissima. Tra gli animali presenti stabilmente si annoverano diversi mammiferi roditori ed insettivori e sono molti gli uccelli nidificanti, fra i quali il Fratino, protetto dalla Direttiva 79/409 dell’Unione Europea. Pur nelle ridotte dimensioni l’area rappresenta una importantissima riserva di biodiversità, unico ed ultimo rifugio per numerose specie vegetali, animali e fungine”.
In una ricerca commissionata dal Comune di Roseto al prof. Gianfranco Pirone, autore di oltre 50 lavori scientifici, le conclusioni sull’area Cologna-Borsacchio, riportate nel n. 1/2005 della prestigiosa rivista “Micologia e vegetazione mediterranea”, sono le seguenti: “Si sottolinea la presenza di elementi floristici di particolare importanza fitogeografica in relazione alla loro rarità e, tra i popolamenti vegetali, quelli meritevoli di attenzione sono: nucleo di pineta e viale di lecci a Villa Mazzarosa, frammenti di olmo-frassino e di pioppo bianco lungo il torrente Borsacchio, nuclei e filari di roverella della fascia collinare, vegetazione delle sabbie litoranee, ecc… Tutti questi ambienti dovrebbero essere scrupolosamente conservati, anche come serbatoi di germoplasma per futuri, auspicabili interventi di rinaturazione di alvei e altri habitat del territorio comunale”.
Depositati nella villa Mazzarosa dovrebbero esserci i verbali degli interventi di Giuseppe Devincenzi in Parlamento, i manoscritti ed il carteggio intercorso con Puoti, De Sanctis, Settembrini, Spaventa, Gladstone, Cavour, Minghetti, ecc.., ma finora, tutte le richieste per prenderne visione sono state sempre eluse o respinte.
Tale ingiustificabile comportamento, specie a distanza di oltre 100 anni dalla morte del Senatore, chiama in causa le Amministrazioni comunali che si sono succedute nel tempo, in quanto non hanno mai usato la moral suasion per indurre gli eredi Mazzarosa, che tutto hanno avuto e nulla hanno dato, a mettere a disposizione degli studiosi la documentazione d’interesse pubblico.
Ed è naturale che anche altre fonti battano sullo stesso tasto, come Mario Giunco il 5.12.2009 su Eidos e Arnaldo Giunco che, su Piccola Città n. 10/2000, auspicava per “la consultazione e lo studio dei manoscritti e del voluminoso carteggio, tuttora inesplorato,…..la creazione di una fondazione che rechi il nome del Senatore Devincenzi per perpetuarne il ricordo, com’è nei voti di tutti”.
Spetta adesso ai Sindaci di Roseto e di Notaresco attuare interventi risolutivi al fine di far conoscere alla comunità teramana uno dei protagonisti della nascita e dell’infanzia di un’Italia libera e indivisibile. Riguardo poi alle responsabilità ambientali degli eredi Mazzarosa, e degli altri rami (Cenami, Mac Neil e Placidi), se ne parlerà, ampiamente, nel 6° capitolo .
Franco Sbrolla


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martedì 2 marzo 2010

A Roseto una storia infinita (la Riserva naturale Borsacchio)

Ricevo da Franco Sbrolla e rendo pubblico.


Capitolo 1: Considerazioni ed avvenimenti storici nell’area Tordino - Vomano
Con l’approvazione della legge n. 6 dell’8 febbraio 2005, veniva istituita dalla Regione Abruzzo la “Riserva naturale regionale guidata Borsacchio”, e sembrava chiudersi definitivamente una telenovela che aveva fatto scorrere fiumi d’inchiostro.
Come tutti sanno non è andata così, e allora, per offrire un ampio resoconto di fatti e misfatti che, altrimenti, svanirebbero nell’oblio, mi accingo a raccontare una storia che parte da lontano e che arriva, per il momento, fino all’inizio dell’anno 2010.
A corredo della narrazione, mi sono avvalso di documenti depositati presso l’Archivio di Stato di Teramo, di tantissimi articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale, di servizi fotografici inediti e di riprese televisive, di manifesti e di relazioni dei vari convegni, di manoscritti e libri introvabili in quanto fuori commercio, di sentenze del T.A.R. e del Consiglio di Stato, di dichiarazioni solennemente sottoscritte e subito dopo rinnegate, di leggi dello Stato e della Regione Abruzzo, di decreti, delibere, o.d.g., verbali e ordinanze ministeriali, regionali, provinciali e comunali, ecc…
Da rosetano di origine controllata, ho ritenuto doveroso sollevare il velo sulle strategie delle lobby politiche ed economiche che, negli ultimi cinquant’anni, hanno avuto, come obiettivo, la cementificazione dell’area Cologna - Borsacchio, già protetta con la “Dichiarazione di notevole interesse pubblico” e con i Decreti ministeriali del 1963 e del 1969.
Ma questa è anche la storia della nostra gente, che ha voluto, e continua a volere la conservazione dei beni storici, artistici e paesaggistici, ereditati dai nostri avi con vincolo generazionale, e di certi personaggi che, nonostante le apparenze, hanno dimostrato, e continuano a dimostrare di essere dei veri mercanti e farisei (e se Cristo tornasse sulla terra li scaccerebbe nuovamente dal tempio).
Questa storia infinita, sintesi di così vasta ricerca, ho voluto dedicarla, con affetto e nostalgia, alla memoria di un amico fraterno, Fernando Di Marcoberardino, missionario dell’ambiente, che il Gran Sasso chiamò alla sua corte il 17 agosto 2002.
Occorre, però, procedere con ordine ed iniziare dai primi anni del 1800.
In quel periodo, l’area compresa tra il fiume Vomano ed il torrente Borsacchio era amministrata dall’università di Montepagano, mentre la zona più a nord, dal Borsacchio al fiume Tordino, era governata dall’università di Giulia nuova.
Con varie leggi emanate nel 1806, e con quella del 24 gennaio 1807, la Riforma Amministrativa promossa dal re di Napoli Giuseppe Bonaparte, fratello del più famoso Napoleone, assegnava all’università di Montepagano l’intera area Tordino – Borsacchio, allo scopo di favorire una migliore distribuzione territoriale.
Ne seguirono, da parte dei giuliesi che si sentivano pesantemente danneggiati, diversi ricorsi portati avanti fino al termine del cosiddetto “decennio francese” (1806 – 1815).
E per ben comprendere il clima dell’epoca, ho riportato, qui di seguito, una parte della supplica ricevuta dal re il 6 gennaio 1808, a firma del sindaco Giuseppe Costantini: “L’università di Giulianova in provincia di Apruzzo ultra, prostrata a Reali piedi della Maestà Vostra umilmente le rappresenta che nella situazione de’ Regi Governi del Regno si è forse inavertentemente (sic) recato alla supplicante un danno gravissimo che con facilità ovviar si puote e si deve…
Nell’enunciata nuova situazione della giurisdizione de’ Governi del Regno si è segregata Cologna dalla supplicante, ed unita alla convicina Terra di che si distingue col nome di Montepagano, malgrado che sapeasi, e si sa che il Generale Catasto d’ordine del passato Governo, fabricatosi e poi publicatosi, comprende e la supplicante e Cologna, ch’è lo stesso dire, che amedue i detti luoghi compongono una Università, per cui l’uno non puol’ essere disgiunto dall’altro, e quando si potesse disgiungere tra l’altro sarebbe indispensabile la minorazione de’ fuochi, e che i territori tutti addetti al pascolo degli animali rimanessero communi fra la supplicante e Cologna. Ma per tenere da lungi le contese che sopravverrebbero premessa la detta segregazione ed i rispettivi irreparabili danni che ne sorgerebbero, la M. V. si ha da benignare di non approvare la detta segregazione vieppiunchè avendo formato da tempo immemorabile sin’ora la supplicante colla detta sua Villa Cologna un solo Catasto ed un solo terreno, il separarlo, viene ad importare una restrizione tale di territorio che Giulia a paragone della sua Villa abbia meno di estenzione (sic) di suolo, ed il peso de’ pesi communali (sic) sia in maniera ristretto da rendersi lieve per la villa e gravosissimo per la supplicante, la quale supplica la vostra R. Clemenza di rimettere le cose nel primiero stato. Ut Deus. Giuseppe Costantini sindaco supplica come sopra”.
La stessa supplica venne riproposta, dopo pochi giorni, dal secondo eletto facente funzioni di sindaco, Vincenzo Bindi. E’ quanto si evince dalla data di ricezione, 22 gennaio 1808.
Ciononostante, le scelte compiute in quegli anni non furono più cambiate e la fascia costiera dell’area Tordino - Borsacchio entrò a far parte della già esistente Marina di Montepagano.
Per quanto concerne l’assetto territoriale di Giulianova e di Cologna nel periodo antecedente il 1800, il vescovo aprutino monsignor Giulio Ricci così scriveva nell’anno 1590: “Giulia nuova è posta sopra il lito del Mare con poca distantia, ed è posseduta dall’Illustrissima ed Eccellentissima Casa d’Acquaviva d’Atri, con titolo di conte, et non ha altra Villa, che Cologna, vicina al mare, tutta abitata in pagliari da Schiavoni, che nascendo ivi hanno la lingua nativa, et Italiana”.
Con il termine Schiavoni erano indicati gli slavi provenienti dalle coste orientali dell’Adriatico.
Riguardo poi al passato remoto dell’area Tordino – Vomano, il ritrovamento dello splendido elmo a fasce, del tipo Bandenhein, avvenuto nei pressi di Montepagano nel 1896, e la forte presenza di presidi goti tra Abruzzo e Marche, inducono a ritenere, come ha scritto la prof.ssa Luisa Franchi dell’Orto, che la guerra con i Bizantini (535 - 553) si svolse anche nel nostro territorio.
I Goti, popolazione germanica, erano suddivisi in due rami, ostrogoti e visigoti. Gli Ostrogoti, dopo aver varcato le Alpi nel 489, occuparono tutta l’Italia e nel 535 cominciarono a scontrarsi con gli eserciti dell’imperatore Giustiniano, comandati dai generali Belisario e Narsete.
Come racconta lo storiografo Procopio di Cesarea, testimone oculare in quanto consigliere di Belisario, nel 537 i bizantini, dopo aver conquistato Roma e oltrepassato l’Appennino, devastarono il territorio dell’attuale Alba Adriatica e, nel 538, dilagarono nel Piceno occupando, a nord Ancona e Rimini, e a sud Pescara e Ortona.
Altre fonti hanno tramandato che una delle cause della definitiva disfatta dei goti nel 553 (battaglia dei Monti Lattari in Campania), fu il divieto che essi avevano imposto al matrimonio con i romano-italici, per cui non poterono opporsi ai bizantini in blocco compatto con le popolazioni dei luoghi occupati. Scomparvero così dalla storia italiana lasciando poche tracce.
Quell’armatura, i manufatti di bronzo e rame ed i resti ossei equini, recuperati nel nostro territorio in un vero e proprio ripostiglio, sono, verosimilmente, da attribuire ad un cavaliere goto che dovette abbandonare tutto per sfuggire alle schiere bizantine.
L’elmo ostrogoto di Montepagano, impreziosito da una decorazione figurata con motivi di origine germanica quali l’aquila, simboli cristiani, tralci di vite e archi sorretti da colonne, è tuttora conservato, ed esposto al pubblico, presso il Museum for Deutsche Geschichte di Berlino.
E la prossima ricorrenza del 22 maggio 2010, 150° compleanno della nostra Città, potrebbe essere una buona occasione per indurre l’Amministrazione comunale ad impegnarsi fattivamente per riportare a Roseto, almeno in visione, quell’interessante cimelio connesso ad un’epoca storica in cui i nostri antenati italico-piceni subirono le conseguenze della lunga guerra tra goti e bizantini.
Infatti, ai disastri militari seguì una tremenda carestia e, come ha scritto Procopio: “Nel Piceno dicesi che non meno di 50.000 contadini morirono di fame”.
Nella nostra provincia, testimonianze della presenza ostrogota sono state rinvenute, oltre a Montepagano, a Civitella del Tronto e a Colle Amaro di Campli, a dimostrazione che anche nell’Abruzzo teramano si verificarono scontri, saccheggi e distruzioni.

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